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Giggia, spirito libero


Giggia, mia cara Giggia… 
Scrivere di te mi sembra quasi un sacrilegio per quanto io mi senta in colpa… eppure devo farlo, ne ho bisogno un po’ per me, ammettendo davanti a tutti quanto abbia mancato nei tuoi confronti, un po’ per rendere giustizia alla tua grazia, alla tua bellezza d’animo. Perché io so che la tua anima è ancora fra noi, è libertà, giustizia, amore, vita… tu non eri un cane, tu non eri corpo, materia, eri essenza, spirito, quello di cui molti sono sprovvisti e a cui tutti aneliamo, spesso invano. Io ho avuto la fortuna di conoscerti… e non l’ho apprezzato sino in fondo.
Giggia, sei nata sotto forma di cane ma eri vento, aria, acqua e fuoco...
Giggia, sei nata forse per errore da qualche parte non so dove ma so che, per mani umane, sei finita in un triste ritaglio di terreno dove ti tenevano legata, senza cuccia, sotto l’acqua ed esposta alle intemperie. Perché non servivi, perché non cacciavi, non guardavi, non abbaiavi… eri inutile per lui, per l’insulso umano che però, non si sa per quale motivo, ancora non ti liberava.
Io ti ho conosciuta per caso, quando andai a far visita ad una mia ‘strana’ amica. Era strana agli occhi di tutti i ‘normali’ perché era una gattara ante litteram, di quelle un po’ in là negli anni rispetto alla media. Una dolce zitellina, ex insegnante, alla quale per fortuna era stato aperto il parco di un antico Istituto ormai dismesso, dove lei accudiva e spero che lo faccia ancora i suoi infiniti amori. Non so quanti fossero, forse centinaia, i mici ai quali ogni giorno e ogni notte la mia amica portava amore, cure e pappe d’ogni tipo. Ci siamo incontrate la prima volta, io e la mia dolce amica, nel ristorante della mia famiglia dove venne a chiedere aiuto per i suoi tanti gatti. Da quel momento in poi le iniziammo a mettere da parte gli abbondanti avanzi che né Anubi né Trottolino e nemmeno tutta la nostra colonia di felini sarebbero mai riusciti a smaltire. Altri tempi.
Oltre che per i suoi gatti, la mia amica aveva pensieri anche per alcuni poveri cani che un vecchio e arcigno contadino teneva relegati in quel poco spazio rimastogli non coltivato. Due maschi e una femmina. Sapeva, la mia amica, che di notte i due maschi erano liberati perché facevano la guardia alle verdure dell’orto, ma la femminuccia, arrivata da qualche mese, si era rivelata una cosa inutile e per questo il suo padrone non le scioglieva mai le catene. Perché poi non l'affidava a qualcun altro? Quante volte gli è stato chiesto invano… E lei, la mia amica, di nascosto andava a trovare quella poverina e le portava qualche carezza e un po’ di cibo buono, con tanta rabbia in cuore. Una di quelle volte c’ero anch’io e l’ho conosciuta. Era proprio Giggia, ancora una ragazzina, la cagnetta con lo sguardo più fiero che io abbia mai visto. E mi rimase impresso quello sguardo, non so perché. In fondo l’avevo vista solamente per qualche minuto e per di più quella volta la mia amica non mi aveva detto tutta la verità sul contadino e sulle sue povere bestie.
Così andò. Non ne seppi più nulla, né di Giggia (che allora non aveva nome alcuno) né dei suoi due compagni di sventura. Una storia di cani bastardi come tanti altri, finiti nelle mani dell’uomo sbagliato che ne fa uso e consumo senza sentir di darne giustificazione. Ma un giorno la darà, a qualcuno, quella giustificazione….
Sembrava essersi chiusa, almeno per quanto riguardava me, l’amara storia di quei tre infelici. Un giorno però, anzi una notte, una delle tante innumerevoli notti in cui, stanchissima e assonnata, tornai a casa puzzolente di soffritti, dopo aver chiuso il grande cancello scorrevole e tutti i miei amici pelosi dietro di lui, apro il portone del palazzo dove vivevo allora con i miei genitori e, dalla scala B, dalla mia scala, all’improvviso spunta saltellando sorridente un cane! Mai visto in zona! E chi è questo amoruccio? Ma da dove verrà? Poverina, è una femminuccia! con questo freddo si sarà infilata in portineria per riscaldarsi un pochettino… e ora che si fa? Panico e silenzio, ci siamo guardati tutti in faccia ben consapevoli di cosa significasse quella frase. Sopra non poteva salire, mia madre ci avrebbe 'assicutati'… uno le bastava, Lucky il pinscherino di casa, e non ne voleva sapere di altri quadrupedi pisciatori intorno ai piedi…
Mentre ci interrogavamo sul da farsi (nessuno di noi avrebbe avuto l’animo di aprire la porta ed invitarla ad uscire), la canuzza mi guardò negli occhi e lì accadde l’assurdo. Aspetta! Vuoi vedere che questa monella è l’amica di Pinella! Ma come avrà fatto ad arrivare sin qua, e poi ... Nooo, non è possibile… in questo momento dovrebbe essere chiusa nel parco di quel vecchio Istituto, Pinella non mi ha detto nulla, se l’avessero smarrita mi avrebbe di certo avvertita… Nell’incertezza, decidemmo di portarla per quella sera al ristorante, dove la rifocillammo per benino e le creammo una cuccia provvisoria per la notte. Dietro il nostro cancello era al sicuro, almeno per qualche ora. Da allora Giggia non se ne andò mai più!
Il giorno dopo chiamai la mia amica per chiederle notizie e quella, incredula, non riuscì a trattenere le lacrime dalla gioia! Avevamo ritrovato la povera canuzza misteriosamente scomparsa qualche giorno prima dall’orto del contadino. Quel meschino non aveva idea di come fosse potuta scappare… ipocrita, dicemmo tutti! Ma diceva il vero quel misero uomo, se mai avesse deciso di darla o peggio abbandonarla non l’avrebbe mica lasciata nei paraggi, col rischio di vedersela spuntare dietro la porta di casa. E infatti poi, ma solamente poi ho capito che lui non era stato, bensì l’Amore. Il fuoco ha sciolto il ferro delle sue catene, il vento ha scardinato quel vecchio portone che la separava dalla vita, l’acqua le ha pulito il volto dalle lacrime e la terra ha cosparso di segnali la strada per farla venire a casa mia. Giggetta inconsapevole li ha seguiti ed è tornata presso l’unica persona che l’aveva amata, la mia amica Pinella, e verso chi le avrebbe potuto dare ciò di cui aveva più bisogno. La libertà.
Pinella mi chiese di tenergliela per qualche giorno, il tempo di trovarle un’altra casa e soprattutto di nascosto al contadino la cui cultura maschilista e retrograda non consentiva di far comprendere le nostre azioni. Ovviamente ce la siamo tenuta noi, come spesso capita a chi si offre per uno stallo e poi si accorge di aver l’onore di ospitare un re o una regina!
Avrà avuto sei o sette mesi. Era un simil lupo a pelo lungo, focato, taglia media. Era bella. Per me era bellissima. Quando la mattina dopo e tutte le mattine seguenti, a tarda ora, tornavamo nel giardino del ristorante per le solite faccende, la trovavamo dietro il bianco cancelletto ad aspettarci. Il suo musetto affilato usciva attraverso le sbarre ma la lingua rosa splendente arrivava molto prima del muso. Giggia (così decisi di chiamarla) baciava tanto ma tanto. Lei adorava dare baci!
Divenne la padrona di casa, in poco tempo tutti le si affezionarono perché era impossibile altrimenti. Anche Trottolino le si affezionò subito, prima degli altri. Guai a te se me la metti incinta sai? Ovviamente dopo innumerevoli tentativi e sfidando la forza di gravità c’è pure riuscito, è chiaro! E va bene, in fondo quella volta se l’è meritato. E poi come non comprendere il suo desiderio di accedere alla gioia pura accoppiandosi con la cagna più bella del mondo?
Giggia era … non parole ma concetti, forse è meglio.
Presto iniziammo a capire che Giggia soffriva la cattività. 
Il giardino del ristorante era molto grande e pieno di gente, giorno e notte, per cui mai avrebbe dovuto patire noia e solitudine. Dopo qualche mese le arrivò finanche la compagnia, un patuffolino bianco lucente di nome Diana…quaranta giorni di pelo racchiusi in un magnifico futuro setter inglese… sordo come una campana…. che Giggia, materna sin da giovane, crebbe come una figlia. Ma non le bastò. Scoprii osservandola da dentro il nostro agrumeto che stava ore ed ore affacciata al cancelletto bianco. Guardava oltre, oltre la grande casa parcheggio di Anubi e Trottolino e dei loro amici gatti, oltre il muro di cinta che la separava dalle proprietà limitrofe, oltre la strada che portava alle campagne circostanti, oltre le montagne della Conca D’Oro e oltre l’azzurro del cielo che rivestiva ogni cosa. Giggia era oltre. 


Così un giorno, una domenica pomeriggio, dopo aver salutato l’ultimo cliente e sbarrato il grande cancello scorrevole del maxi parcheggio, le ho aperto il nostro più minuscolo e l’ho lasciata andare… potete immaginare quello che ho provato, soprattutto che ho provato per lei? Nel vederla correre verso l’infinito da cui proveniva?
Trottolino era là che l’aspettava per giocare come al solito, ma dopo i primi baci e le prime annusatine di rito, Giggia intraprese il suo lungo viaggio solitario a puntate. Perché lei non voleva giocare come gli altri, perché lei era nata per conoscere. Le prime volte si limitò al vasto spiazzale delle automobili, ma ben presto girò l’angolo in fondo al parcheggio per inoltrarsi là dove i suoi amici avevano casa, nel parco retrostante la villa settecentesca, e mancò per qualche ora. Da quel giardino enorme non sarebbe potuta scappare perché era recintato per intero eppure io ero spaventata e urlai il suo nome… si capiva che quel cane non era normale… si, perché all’inizio, nel vederla prendere il largo, la chiamai preoccupata e lei si fermò un istante, voltandosi verso di me. Un istante solo, uno sguardo rassicurante ma deciso: io vado. Stai tranquilla, tornerò quando ne avrò voglia. Ciao.
E così è stato, quella volta ed altre cento, mille volte. Prima solo la domenica, con il cancello esterno chiuso. Ma in seguito, negli anni, ogni santo giorno Giggia volle uscire di casa, la sua casetta profumata di pappa, mamma e sorellina per andare a conoscere il mondo. Non si fermò al parco della villa, andava anche fuori, per strada. Non erano fatti miei, lei era libera e responsabile. E tornò sempre a casa illesa e felice. A chi avrà dato il suo amore e l’amicizia non mi sarà mai possibile saperlo, ma sono certa che avrà regalato in giro tanti momenti di serenità.
Dopo neanche un anno grazie alle acrobazie del nostro dongiovanni Giggia rimase incinta. Quattro trottoline color miele e neanche una che le somigliasse, geneticamente il marito era stato determinante! Li ha difesi dalla gelosia di Diana e di Anubi, che per motivi diversi non videro di buon occhio i nuovi arrivati. Non seppe difenderli da noi che a malincuore li dovemmo regalare. Ma al suo secondo e ultimo parto (questa volta fu Buk, un pastore dal fulgido pelo lungo e nero) non seppi negarle la gioia di crescersi una figlia-sorella per tutta la vita e così una frugoletta pelosina si aggiunse al clan dei Mandarini! 



Io però non ne potevo più di fare l’assistente sociale cattiva, così chiamai il dottore buono anche per la mia Giggia.
Per quel gesto così innaturale Giggia se l’è presa. Capì benissimo di essere stata privata della cosa più sacra per tutti e ancor più per lei, dell’essenza della vita, la generazione… ma sono altrettanto sicura che mi ha perdonato per quanto, in cambio, chiese ancora più libertà e l’ottenne.  
Giggia spirito vagante e generoso, Giggia essere dignitoso ed elegante, Giggia madre affettuosa e paziente, Giggia amica comprensiva e intuitiva, Giggia tu eri tutto tranne che un cane, Giggia se gli umani ti somigliassero almeno un po’ il mondo sarebbe migliore, Giggia scusami per quello che non ti ho dato e non ti ho saputo dare, Giggia grazie per quei momenti in cui mi hai scelta per accompagnarti nel tuo cammino, Giggia Giggetta …

Giggia non è più fra noi, per sua fortuna oggi osserva tutto dal di sopra e non ha più cancelli che si chiudono e si aprono ad orari stabiliti. Non ci sono più clienti da aspettare che vadano via, non ci sono più fredde nottate chiusa dentro il recinto perché chi avrebbe dovuto non è venuto a farti uscire, né lunghi weekend e poi ancor più che semplici weekend senza una carezza perché mamma è via a far cose più importanti, non ci sarà mai più la vecchiaia dietro l’angolo con i suoi dolori, il suo pelo grigio e l’assenza della tua cara bianca amica Diana, non vedrai più piangere tua figlia Siri per la tua malattia e per quella sciagurata della vostra madre umana che tutto questo non l’ha voluto vedere e vi ha lasciato sole ad invecchiare e poi a morire nel recinto del ristorante in altre più dolci mani, ma che non erano le sue…




se vi va di leggere, ho ancora qualche storia vera che mi piacerebbe raccontarvi ...



io sono Bimba Pimba!

Anubi e Trottolino, una vera storia d'amore

Geo, detto Bogart, pastore dello Zen

la regina Gelsomina
un uomo e un cane



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